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Breve storia delle Acli - 1° Maggio 1955

Dalla chiusura del IV Congresso Nazionale di Napoli celebrato alla fine del 1953 e per tutto il 1954 le ACLI accentuano ancor di più le iniziative volte a consolidare le nuove linee per una più organica ed avanzata politica sociale, cominciate ad emergere negli anni precedenti con l’elaborazione della c.d. “ideologia della seconda incarnazione”.

Così non possono essere che conseguenti i due importantissimi eventi che segnano il 1955, la festa del 1° Maggio ed il V Congresso Nazionale di Bologna, del quale sarà riferito nella prossima puntata.


Con l’immenso raduno di Piazza del Popolo a Roma del 1 maggio 1955 le ACLI celebrarono la festa del loro primo decennio di vita. In verità per gli storici la sua nascita viene ricondotta al 26 agosto 1944 allorquando iniziò quel convegno a Santa Maria sopra Minerva dove gli ispiratori delle Acli avevano definito le basi per un nuovo movimentocompleto e specializzato, dove i lavoratori potessero trovare risposta a tutti i loro bisogni, dalla formazione spirituale all’assistenza sociale, all’abilitazione sindacale”. Ma è con l’Udienza concessa da Pio XII l’11 marzo 1945che “le Acli entrarono in scena, con l’approvazione e la benedizione del Vicario di Cristo”.

Per questo venne deciso che il “decennale” e le ricorrenze seguenti avrebbero fatto riferimento proprio al 1945.

L ’istituzione della festa liturgica di “San Giuseppe Artigiano”, proprio nel giorno del 1° Maggio, era stata voluta per dare un protettore ai lavoratori e un senso cristiano alla festa del lavoro.



L’oceanico appuntamento (sicuramente più di 150.000 furono i partecipanti) si articolò in due distinti momenti.

Il primo a Piazza del Popolo, dove venne celebrata la Santa Messa ed il Presidente nazionale Dino Penazzatopronunciò un memorabile intervento, ricordato, tra l’altro, per lo storico passaggio delle “tre fedeltà” alla Chiesa, ai lavoratori e alla democrazia:“(…) Siamo qui per festeggiare la forza ideale e le opere del nostro movimento, per riconfermare il peso e la necessità di un movimento operaio cristiano che, operando con piena fedeltà e dedizione agli interessi morali e materiali dei lavoratori, ne orienti l’azione e divenga (…) la guida del moto di ascesa e di progresso della classe lavoratrice. (…)”. L’intento, chiaramente esplicitato, era quello di ridare al 1° maggio, festa dei lavoratori, una connotazione cristiana, visto che da tradizione consolidata era diventata monopolio delle forze laiche e di sinistra del movimento dei lavoratori. Penazzato aggiungeva, infatti,:“(…) Il grande battesimo cristiano del primo maggio segna la più alta celebrazione del lavoro umano, in tutti i suoi valori; segna e garantisce all’ascesa del movimento operaio gli orientamenti e le mete che pienamente rispondono alle più vitali attese dei lavoratori. Vogliamo che tutti i lavoratori, di ogni categoria e di ogni regione, riconoscano con fiducia e con gioia che la strada della loro ascesa passa al centro dell’insegnamento della Chiesa”. Ribadiva, quindi, la fedeltà alla Chiesa come “…la fedeltà ad un insegnamento morale che pone le basi di ogni saldo rapporto tra gli uomini, che ispira il superamento degli egoismi, la sola via per costruire per sempre. Fedeltà a un insegnamento sociale che poggia sui valori supremi dell’uomo, della famiglia, del servizio sociale, della solidarietà, in cui l’azione sociale, nel suo impegno rinnovatore, trova la guida sicura. (…)”; la fedeltà ai lavoratori: “…una fedeltà che ci è facile e naturale, che abbiamo nel sangue perché siamo lavoratori, perché viviamo e operiamo nelle fabbriche, negli uffici, nei campi; perché il nostro pane esce dalla nostra fatica. È la fedeltà a noi stessi, alle nostre origini, alle nostre famiglie” e la fedeltà alla democrazia, intesa come “…impegno formativo e diretto per la costruzione del bene comune. Un impegno che non si esaurisce con la promozione sociale, culturale, economica e spirituale dei lavoratori, ma che da subito trova espressione nella partecipazione democratica all’idea di città, di società. (…)”


Dopo il raduno di Piazza del Popolo, gli Aclisti, accompagnati da 37 vescovi, si trasferirono in Piazza San Pietro.


Dalla Loggia delle Benedizioni Pio XII ricorda di aver messo, fin dalle origini, le ACLI sotto il patrocinio di S. Giuseppe e ribadisce che il loro scopo principale è quello di “far sentire la presenza di Cristo ai loro membri, alle loro famiglie e a tutti quelli che vivono nel mondo del lavoro” e che la festa liturgica del 1° Maggio nasce per riaffermare la vicinanza della Chiesa ai lavoratori: “Quante volte noi abbiamo affermato e spiegato l’amore della Chiesa verso gli operai! Eppure si propaga largamente l’atroce calunnia che la chiesa è alleata del capitalismo contro i lavoratori. […] Il nemico di Cristo semina zizzania nel popolo italiano, senza incontrare sempre e dappertutto, una sufficiente resistenza da parte dei cattolici. Non è raro il caso in cui l’operaio si trova disarmato di fronte alle false teorie e talvolta persino si lascia contaminare dal veleno dell’errore. […] il Papa e la Chiesa non possono sottrarsi alla divina missione di guidare, proteggere, amare soprattutto i sofferenti, tanto più cari, quanto più bisognosi di difesa e di aiuto, siano essi operai o altri figli del popolo. Questo dovere ed Impegno Noi, Vicario di Cristo, desideriamo di altamente riaffermare, qui, in questo giorno del primo maggio, che il mondo del lavoro ha aggiudicato a sé come propria festa, con l’intento che da tutti si riconosca la dignità del lavoro e che questa ispiri la vita sociale e le leggi, fondate sull’equa ripartizione di diritti e di doveri. (…)”

Si rivolge, quindi, ai cosiddetti ‘delusi’ fra i cattolici italiani. Non mancano essi infatti, soprattutto fra giovani anche di ottime intenzioni, i quali avrebbero aspettato di più dall'azione delle forze cattoliche nella vita pubblica del Paese. Noi non parliamo qui di coloro, il cui entusiasmo non è sempre accompagnato da un calmo e sicuro senso pratico riguardo a fatti presenti e futuri e alle debolezze dell'uomo comune. Ci riferiamo piuttosto a quelli, i quali riconoscono bensì i notevoli progressi conseguiti nonostante la difficile condizione del Paese, ma risentono dolorosamente che le loro possibilità e capacità, di cui hanno piena consapevolezza, non trovano campo per essere messe in valore. Senza dubbio essi avrebbero una risposta al loro lamento, se leggessero attentamente il programma delle Acli, che esige la partecipazione effettiva del lavoro subordinato nella elaborazione della vita economica e sociale della Nazione e chiede che nell'interno delle imprese ognuno sia realmente riconosciuto come un vero collaboratore. (…) Ma vorremmo richiamare l'attenzione di quei delusi sul fatto che né nuove leggi né nuove istituzioni sono bastevoli per dare al singolo la sicurezza di essere al riparo da ogni costrizione abusiva e di potersi liberamente evolvere nella società. Tutto sarà vano, se l'uomo comune vive nel timore di subire l'arbitrio e non perviene ad affrancarsi dai sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni, che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati. (…)”


Dopo l’intenso e seguito discorso il Santo Padre scende nella piazza dove gli aclisti recitano la “Promessa del lavoratore cristiano”: “Per questo solennemente promettiamo: di dedicare le nostre energie al movimento operaio cristiano, che unisce in fraterna collaborazione tutti i lavoratori per la loro elevazione materiale e spirituale, secondo i principi del cristianesimo … di ispirarci costantemente agli eterni principi evangelici, secondo gli insegnamenti della chiesa, in tutte le sante battaglie per la difesa della civiltà cristiana e per l’edificazione di un migliore ordine sociale … di affermare apertamente in ogni momento e in ogni ambiente di lavoro, la nostra fede cattolica, la nostra fedeltà alla chiesa maestra di giustizia e protettrice dei deboli, e il nostro amore filiale e riconoscente per il vicario di Cristo in terra” e gli offrono prodotti della terra e del lavoro dell’uomo, compresi i tanti strumenti e macchinari necessari tutti i giorni: dalla vanga al trattore, dal peschereccio alla lampada dei minatori, solo per citarne alcuni.


Proprio questo momento storico di sentito e rispettoso omaggio dei lavoratori delle ACLI al Santo Padre sarà, poi, ripreso e rappresentato sul rovescio della medaglia ufficiale commemorativa del XVIII anno di papato di Pio XII.


PRECEDENTI:

  • Le origini e Achille Grandi


  • Le ACLI negli anni 1948 – 1950


  • La seconda incarnazione



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